Terre del Conero





In questa sezione troverete tante curiosità e approfondimenti sul nostro territorio, sulle sue tradizioni alimentari, sul mangiar sano e semplici ricette per gustare al meglio i nostri prodotti.

Il Vino

Fin dall’antichità testimonianze significative documentano l’importanza, quando non addirittura il prestigio, della produzione del vino originario delle terre del Conero. L’autorevole voce di Plinio il Vecchio, nella sua enciclopedica Naturalis Historia, oltre a segnalare l’uva picena, elogia in particolare il vino «pretuziano» prodotto nella zona di Ancona e quelli che la nascita casuale di una palma sul podere ha fatto denominare «i vini della palma». Ancora tra gli autori classici il geografo greco Strabone si sofferma invece sulla produzione di vino e grano nella zona del Conero. Nel tardo Rinascimento Andrea Bacci (1524-1600), originario di Sant’Elpidio a Mare e autore di un monumentale trattato di enologia e storia della produzione vinaria (De naturali vinorum historia), oltre a ricordare nel territorio di Ancona le produzioni citate da Plinio, segnala i vini di Sirolo che «fulvi e biondo-dorati alcuni realizzati aggiungendo vino moscatello, per la valida consistenza sopportano d’essere trasportati per mare […] e si permangono sani per lungo tempo, meritando molte lodi negli enopolii delle Venezie».

Non a caso gli Statuti comunali di Sirolo del 1465 contengono diversi riferimenti ai vigneti e al vino, attestando così una certa attenzione in merito alla cultura e coltura vitivinicola: vengono ad esempio comminate pene a «quelli che guastano l’altrui vigne et albori con ferri taglienti senza preposito, et consenso de patroni di esse vigne et arbori»; al capitolo 67 si esprime «l’ordine che li porci non si possino tenere dalle vigne indentro», segnalando come i maiali al libero pascolo fossero spesso causa di danni per le viti; il capitolo 25 poi, «De lavoratori de vigne e canneti et de la pena de chi contrafarà all’infrascritto Statuto», è una vera e propria sorta di vademecum per tutte le operazioni da seguire nel corso dell’anno per la cura delle vigne. Riguardo invece alla vendita, al capitolo 29 si legge l’«Ordine contra li vini forastieri», mentre in un altro passaggio si ordina che «a nisuno terriero, o habitator del castello de Syrolo sia lecito, né possi comprar pane o vino a barile in taverna fore del detto castello intra le ditte dui migli, che orni danno o pregiuditio al hosteria del Comun de Sirolo».

Nella città di Ancona la vendita del vino era disciplinata, come per le altre provviste, dall’organismo di controllo cittadino; in particolare erano tre delegati del Consiglio a stabilire e calmierare i prezzi sulla base di parametri variabili di qualità, quantità e andamenti produttivi stagionali. La qualificazione merceologica di base, già a partire dal Quattrocento, era la differenziazione primaria tra vino «nostrale et forense», ossia tra quello prodotto nel distretto e gli altri di importazione di cui si impediva la vendita promiscua e si vietava di immagazzinarli assieme in cantina. In città si vendeva vino liberamente, o mosto e acquaticcio o acquerello, anche da parte di chi somministrava cibo come osti, tavernieri e bettolieri.

Le terre del Conero hanno da sempre riservato alcuni terreni per la produzione di vino d’eccellenza: tra i tanti ad avere vigneti sul Conero, da cui ricavare il pregiato vino, anche la Curia vescovile, che aveva dei possedimenti a Numana. A Montacuto dal 1830 la famiglia Moroder è proprietaria di un’azienda che produce grano, frutta, barbabietole, olio extravergine d’oliva e vino.

Note di merito sulla vitivinicoltura nel Conero vengono anche dall’inchiesta ampelografica condotta nel territorio provinciale nel 1871: dopo aver repertoriato i vitigni (tra le uve nere si osserva che «nei territori di Varano, Camerano, alle falde del Monte Conero abbondano la Dalmazia e il verdicchio nero, il quale ultimo trovasi anche in copia nei colli di Loreto e Castelfidardo»), si cita l’episodio di un’encomiabile intraprendenza in merito: «Si è detto che la vite prospera nelle indurite marne calcari delle nostre alture, e a convincersene basta muovere al Monte Conero presso il castello di Massignano, dove un parroco seppe operare la trasformazione, che si vuole generalizzare. Erano considerati sterili i terreni di quella parrocchia, perché riproducevano appena le tre o le quattro volte in seme di grano, ed il granturco quasi sempre inaridiva sullo stelo; ma questo parroco aprì fosse, piantò viti ed i suoi vini erano celebrati; ai parrocchiani e a quanti il richiedevano insegnava con la parola e coll’esperienza il bonificamento delle terre in altrua, né era altrui avaro dei tralci di viti, che non solo aveva saputo mettere bene a luogo, ma scegliere egregiamente».

Purtroppo in regime di mezzadria in tutte le Marche più che alla qualità si puntava alla quantità e il vino più che come bevanda da gustare era tenuto come alimento, al pari del pane. Nel 1890 la fillossera distrusse i vecchi vigneti e sulle viti americane (impiegate per battere la fillossera) vennero innestati vitigni di varia provenienza e vennero prodotte le più diverse varietà sempre alla ricerca della quantità di prodotto. Finalmente nel 1963 con l’introduzione dei disciplinari delle Doc si cominciò a fare una scelta precisa. Così abbinando il Montepulciano con il Sangiovese nacque il Rosso Conero la cui produzione nei terreni proprio al riparo del monte Conero è migliorata di anno in anno fino agli attuali livelli che hanno consento di ottenere la Denominazione di origine controllata e garantita.


Tommaso Lucchetti,
Storico della cultura gastronomica e dell’arte conviviale



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Terre del Conero Agricoltori per Natura, soc. coop. agr. Via Peschiera 30, 60020 Sirolo (AN) P.IVA 02474980428
Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale