Terre del Conero





In questa sezione troverete tante curiosità e approfondimenti sul nostro territorio, sulle sue tradizioni alimentari, sul mangiar sano e semplici ricette per gustare al meglio i nostri prodotti.

Il miele

La civiltà rurale marchigiana riconosceva al miele una grande importanza: assieme al mosto concentrato (la sapa) era il dolcificante più impiegato, anche dopo che l’estrazione dalla barbabietola aveva ridotto di molto il costo dello zucchero, che restava provvista da acquistare e quindi assai sporadica nella dispensa contadina, dove si puntava quasi sempre all’autoproduzione e all’autoconsumo limitando al massimo gli esborsi di denaro per le cibarie. Tuttavia, per secoli, l’apicoltura è rimasta una lavorazione rudimentale, refrattaria a ogni miglioramento o perfezionamento tecnologico, al punto che alcuni studiosi considerano la raccolta di miele nel passato come una pratica pressoché selvatica, fuori dall’organico e disciplinato mondo agrario, per quanto la legge ci tenesse comunque anche a tutelare le api e i loro frutti, come testimoniano per esempio gli Statuti di Sirolo (al capitolo 44, «Della pena de quelli che tagliaranno arbori da frutti et guastaranno canali e cupilli d’api nell’altrui possessione»).

Solo durante il Settecento, secolo notoriamente caratterizzato da un forte impulso verso il miglioramento tecnico e scientifico in ogni disciplina, compresa anche l’agronomia, si registrano tentativi di ammodernamento: nel 1775 viene pubblicato a Osimo il manualetto di Giovanni Salvini, Istruzione al suo fattore di campagna, che dedica qualche pagina anche all’allevamento delle api. Nel 1808 viene stampato a Jesi Il Dottore della Villa, di Angelantonio Rastelli, il quale auspica un miglioramento e un impulso significativo dell’apicoltura, incoraggiando i contadini a cimentarsi nella costruzione ottimale delle arnie, nella loro migliore collocazione privilegiando l’orto, purché al riparo dalla tramontana, perché «vi troveranno abbondante cibo, e miele dai fiori, dal timo e dalla salvia, spigo, ramerino, gigli, viole, rose, papaveri ecc. come dalle fave, dai piselli, dal trifoglio, dal grano saracino, e da vari alberi che fanno il fiore sulla primavera». L’autore spiega poi i modi per togliere il miele usando le dovute precauzioni («con una tovaglia intorno al collo, una maschera fatta di crime di setaccio in viso, un pajo di guanti alle mani per difendervi dalle punture delle api», operazione da effettuarsi a maggio, poi ad agosto, e a ottobre) ed elenca le qualità che si possono ricavare.

L’aspettativa di una buona produzione di miele era ovviamente diffusa: nell’almanacco Un poco di vecchio, un poco di nuovo, stampato ad Ancona nel 1821, il frontespizio è seguito da un «Discorso per l’anno nuovo 1822», dove si sentenzia che «l’anno sarà fertile, ed abbondante di tutto […]. Sarà abbondanza di Pecore e di Miele. Tutto l’Anno sarà salubre e quieto. Solo periranno i Frutti degli Orti». Dopo questo pronostico sull’abbondanza di miele in quell’annata, nelle pagine successive viene riportato un proverbio tradizionale con relativa didascalica spiegazione: «Se piove in agosto, / Piove miele, piove mosto: la pioggia d’agosto è una consolazione per la campagna […]. Giova pur essa ad accrescere la ricolta del miele, perché riveste i prati di fiori autunnali, donde ritraggono nuovo pascolo le mellifere api. E qui, giacché cade in acconcio, non ometto di raccomandare caldamente ai nostri coltivatori di estendere la coltivazione di questi utilissimi insetti, la quale costa sì tenue spesa e fatica, e rende sì dolce e pregevole profitto».

Nel 1871 viene stampato a Camerino un volumetto a opera di Vincenzo Fusconi intitolato La nuova coltura delle api, con sottotitolo Lettere di un marchigiano e di un lombardo: l’apicoltore marchigiano racconta le sue esperienze al maestro del nord, illustrando l’installazione di nuove tecnologie apicole e riportando l’arretratezza e i pregiudizi negativi su questa pratica nella sua terra.

Tredici anni dopo, il responso in materia redatto nelle Marche dall’Inchiesta Agraria della Commissione Jacini risulterà deprimente, a parte alcune citate eccezioni: «L’apicoltura oltreché assai limitata è fatta da pochi con sistema razionale e non dà ragione che se ne debba diffusamente parlare»; i compilatori si limitano a lodare l’iniziativa del marchese Bartolucci di Sant’Elpidio che, seguendo sistemi razionali, «portò l’allevamento, secondoché c’informa il Relatore di Fermo, al grado di una vera e propria industria», e quella del «Comizio agrario di Osimo, seguito poi dagli altri della provincia di Ancona, che istituì un apiario sperimentale».

Per aggiornare una situazione ancora così tentennante, nel 1904 ad Ancona viene stampato il Manualetto di apicoltura: 1. Corso di lezioni teorico-pratiche di apicoltura ad uso del contadino-apiajo, delle scuole rurali e di chiunque voglia iniziarsi nella geniale industria, ad opera di Giuseppe Montagano, che segna un altro significativo passo in avanti nell’evoluzione di questa pratica.

Tradizionalmente l’impiego del miele era limitato ai crostini e ai dolci carnevaleschi, su tutti castagnole e cicerchiata; nel 1927, Cesare Tirabasso nella sua Guida in cucina: 507 ricette marchigiane e nazionali, propone un «dolce di miele», una crema con uova conservabile «in un vaso di vetro per il bisogno».

Tommaso Lucchetti,
Storico della cultura gastronomica e dell’arte conviviale


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