Terre del Conero





In questa sezione troverete tante curiosità e approfondimenti sul nostro territorio, sulle sue tradizioni alimentari, sul mangiar sano e semplici ricette per gustare al meglio i nostri prodotti.

La frutta

La ricca varietà di flora che caratterizza il Conero riguarda anche la frutta, nella sua accezione più vasta: i pomi coltivati ma anche certe bacche selvatiche e le specie spontanee presenti nel territorio, oggetto di peculiari produzioni e tradizionali consuetudini perpetuatisi nel tempo. Queste qualità di frutti selvatici, tuttavia, sono sempre più rari a causa dell’avanzata del cemento e dell’impiego delle grandi macchine per la lavorazione dei terreni, e ne rimane traccia solo nella toponomastica di alcune contrade (Fonte d’Olio, Le Vigne, Il Mandorleto, Le Figare, il Noceto, Il Ciliegiaro). Da tempo questi frutti sono oggetto di una vera e propria salvaguardia e di azioni di recupero. Non a caso nel 2005, viene stampata a Numana Piante da frutto del Conero, pubblicazione nata come autentico intervento contro un’oblio inarrestabile e nell’introduzione il sindaco di allora Gianni Spinsante scriveva: «Del brodo di giuggiole è rimasta memoria solo nel modo di dire più colto; del melograno, soggetto di una delicata antica fiaba cinese, ben pochi dei nostri ragazzi conoscono il sapore. Eppure giuggioli e melograni, ricordano gli anziani, ricoprivano buona parte del Conero e ai suoi piedi vi erano veri e propri mercati, portatori non di folklore, ma di benessere ai coltivatori un tempo numerosi».

Del giuggiolo, che l’autore definisce «pianta sacra del Conero», onorata con un segno della croce all’alba e al tramonto, ne risultavano infatti, secondo le stime di quell’anno, non più di una «quarantina di piante». Le giuggiole erano da sempre considerate una leccornia: si davano come passatempo ai bambini (per questo il termine «giuggiolone» identifica un tipo poco cresciuto, ancora troppo giocherellone e poco responsabile), ma anche gli adulti sapevano come utilizzarle, conservandole essiccate al sole o al forno, oppure immergendole in zucchero semifuso per ottenere «le pasticche», o ancora facendovi sciroppi, marmellate, e conserve tra cui il proverbiale «brodo», ottenuto bollendo mezzo kg di frutti in mezzo litro di acqua e 100 g di miele vergine (altre ricette più complesse prevedevano l’impiego anche di qualche spicchio di mela e uva). Erano un rimedio naturale contro malattie quali la tosse, la stipsi e anche il rachitismo. Nella tradizione dialettale un proverbio ricorda «quando il giuggiolo se veste tu te spoi, quando se spoia tu te vesti», in riferimento al fatto che è l’ultima pianta ad emettere le foglie e la prima a perderle.

Per il melograno si può risalire a civiltà remote come Egizi, Etruschi, Greci, Piceni e Romani, che lo elessero a simbolo della fecondità, dell’amore e dell’amicizia (il cristianesimo vi aggiunse ulteriori significati emblematici di virtù e valori positivi). Già l’antico porto di Humana nei suoi mercati lo aveva adottato come valido oggetto di scambio, e ancora negli anni Cinquanta lo si ricordava come derrata ricorrente e apprezzata, assieme a giuggiole, fichi, mandorle e noci. Sia a Sirolo che a Numana la grande adattabilità della pianta ne favoriva la coltivazione sia in pieno campo, che in giardino e persino in vaso; ora anch’esso è in pericolosa via d’estinzione. Autori antichi ne celebrano le qualità curative, utilizzato sia in fiori, in grani (il succo è ideale come diuretico) o corteccia; tra le preparazioni tradizionali si ricorda lo sciroppo, conosciuto in commercio come «granatina».

Altro frutto oggi sempre meno appetito è il fico, anticamente oggetto di molte cure e attenzioni (e aspettative importanti sottolineate anche dalla saggezza popolare dei proverbi, quali le «nozze con i fichi secchi»), che veniva disidratato al sole o nei forni a legna, anche farcito con mandorle, anici e cosparso di zucchero; i frutti essiccati, se fermentati, potevano servire per produrre una grappa, mentre abbrustoliti garantivano un surrogato del caffè. Molte le ricette di marmellate con i fichi, spesso profumate con la buccia dei limoni; ancora più laboriosa e raffinata la preparazione tradizionale nelle Marche del lonzino o salame di fico, citato anche da Giacomo Leopardi nel suo epistolario.

Anticamente Sirolo e Numana vedevano un grande smercio di mandorle, mentre oggi tra la flora del monte Conero pochi isolati alberi sparsi ricordano la fiorente antica presenza di lussureggianti mandorleti. Oltre che per gli usi in cucina (una volta ancor più frequenti) la mandorla è indiscussa sovrana della pasticceria, specialmente nell’arte dolciaria più antica e tradizionale, con preparazioni blasonate come il marzapane, la pasta reale, i torroni, i mandorlati, i confetti, i croccanti. Da ricordare anche lo sciroppo di mandorle, più conosciuto come «orzata».

Anche del noce, giunto al Conero dalla Grecia, l’antica diffusione si riduce a qualche pianta superstite. Le noci erano spesso protagoniste del vitto contadino, abbinate al pane (da ricordare il pan nociato, spesso rituale del primo di novembre e particolarmente amato dai pescatori) o anche alla pasta nella versione sia salata che dolce (maccheroni, miele, zucchero e noci, erano un piatto rituale delle grandi vigilie, talvolta anche con ricotta e cioccolato a scaglie). Tradizionale invece del solstizio d’estate era il nocino, liquore distillato con le noci ancora verdi, raccolte nella notte del 23 giugno, quando le streghe secondo convinzione popolare si danno convegno, spesso attorno a un albero di noce.

Infine il corbezzolo che, secondo ipotesi etimologica abbastanza accreditata, dona la sua antica denominazione al monte Conero (dal greco komaros); anticamente era chiamato ciliegio marino, ed era considerato una pianta magica, anche perché un consumo abbondante porta a uno stato di vertigine simile all’ebbrezza. Viene impiegato per preparare gelatine, confetture, sciroppi e liquori, tra cui quel particolare «vino di cocomeri», che secondo tradizione era confezionato dai monaci del Conero proprio con il corbezzolo.


Tommaso Lucchetti,
Storico della cultura gastronomica e dell’arte conviviale



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Terre del Conero Agricoltori per Natura, soc. coop. agr. Via Peschiera 30, 60020 Sirolo (AN) P.IVA 02474980428
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